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Ho sempre immaginato Las Vegas come una città folle, dove tutto è possibile. E in questo senso già il fatto che sia sorta in mezzo al deserto del Nevada, a voler ben vedere, la dice lunga.

Non dimenticherò mai il momento in cui l’ho vista materializzarsi all’orizzonte, mentre io e Gianluca sfrecciavamo su una highway drittissima e per poco il motore non si è fuso a causa delle temperature sfiorate quel giorno di luglio.   

Las Vegas, a differenza di altre città americane, non mi ha mai incuriosita granché: ho infatti sempre pensato (e penso tutt’ora!) che slot machines, tavoli da gioco, spettacolini vari e chi più ne ha più ne metta proprio non fanno per me.

Nell’organizzare l’on the road negli USA però ho visto che ci saremmo passati molto vicino e quindi un salto ce lo abbiamo fatto!  

Siamo arrivati allo Stratosphere nel tardo pomeriggio. Nella hall nessuna finestra.  Luci soffuse come a voler nascondere attraverso una semioscurità l’alternarsi del giorno e della notte.

Già in quei primi istanti ho compreso che i ritmi che scandiscono la quotidianità in qualsiasi altro luogo del mondo a Las Vegas non hanno un loro senso e vengono alterati in un atmosfera senza tempo e forse un po’ inquietante.

Mentre attendevamo che arrivasse il nostro turno per fare il check-in, i suoni incombenti da una sala attigua hanno come risvegliato i miei sensi, fino a quel momento assopiti dall’ambiente in cui mi trovavo.

Per un attimo mi sono allontanata da Gianluca che è rimasto in coda, giusto per dare un’occhiata: ho visto centinaia di persone provenienti da ogni dove, di ogni età ed evidentemente di ogni strato sociale, letteralmente ammaliate da macchine che propongono scommesse di ogni tipo e da croupier in giacca e cravatta.   

Verso le 18 siamo usciti per passeggiare sulla Strip, la via principale del centro di Las Vegas, sulla quale sorgono gli hotel ed i casinò più importanti. Mai idea fu più sbagliata!

Come potevamo immaginare che a quell’ora il vento soffiasse ancora sulla città, caldo ed intenso quanto l’aria emessa da un asciugacapelli? Sapevamo che Las Vegas è una città che si anima e si illumina soprattutto al calar del sole, ma ne ignoravamo il motivo o almeno uno dei motivi!

Ben presto ci siamo rifugiati in un McDonalds e, ristorati dall’aria condizionata, abbiamo atteso un momento più consono per uscire. E’ a quel punt che ho iniziato a chiedermi se Las Vegas sia davvero folle, quale città costruita nel bel mezzo del deserto, o se invece un senso ce l’ha.

Chi va a Las Vegas, perché ci va? Svago? Divertimento? Cosa si può fare a Las Vegas durante il giorno, se non stare in piscina o nell’area benessere di un hotel e… spendere?

Al di là di tutto, alla fine, credo che valga la pena fare una tappa a Las Vegas. Follia o no, sulla Strip se ne vedono delle belle e di belle ne abbiamo viste quella sera!

Vogliamo parlare del Venetian, l’hotel-casinò che riproduce proprio Venezia con tanto di campanile di San Marco, Ponte di Rialto, canali artificiali e persino gondole e gondolieri?! O del Mirage che può vantare un vulcano che tutte le sere mette in scena eruzioni con tanto di lava e fiamme?! O ancora del Ceasar Palace, che ricostruisce la Roma dell’antichità e vede quale sua espressione più eclatante una replica in scala ridotta del colosseo?!

E poi le fontane del Bellaggio che danzano a ritmo di musica, la Tour Eiffel del Paris Las Vegas, la Statua della Libertà del New York New York, fino ad arrivare al Castello di Excalibur o alla Sfinge del Luxor…

Di follie come queste potrei citarne molte altre, tutte lì nel bel mezzo del deserto del Nevada, raccolte lungo la Strip per chissà quale motivo! L’idea che mi sono fatta è che la gente va a Las Vegas perché tutto ciò che sogna può prendere forma da un momento all’altro, magari giusto cinquecento metri più in là!

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”In un’epoca in cui viaggiare è prerogativa di molti, credo che sia ancora possibile percorrere vie sconosciute, rendendole solo nostre: sono convinta infatti che oggi le grandi esplorazioni debbano essere anche e soprattutto interiori.”