E’ nel quartiere di Ueno, passeggiando tra templi che inequivocabilmente rimandano ad un Giappone di un’epoca diversa, senz’altro lontana da quella dei grattacieli che avevo visto la sera precedente a Shinjuku, che mi sono resa conto che Tokyo ha una sua storia da raccontare, nascosta da quella modernità conseguenza (anche) del tremendo terremoto che l’ha rasa al suolo nel ’23 e della distruzione che la seconda guerra mondiale ha portato con sé.
Credo che il Giappone affascini così tanto – forse più di altri Paesi asiatici, forse più della Corea del Sud ad esempio – per quella ricchezza culturale che è ben nota e sedimentata nell’immaginario collettivo, ma che a Tokyo difficilmente si riesce a trovare, se proprio non la si cerca. Ciò che a Tokyo invece si percepisce immediatamente, è il peso di quelle che secondo alcuni sono diventate delle vere e proprie sottoculture e che secondo altri invece sarebbero solo un modo per evadere da quel sistema di regole che governerebbero la quotidianità del Paese del Sol Levante.
Akihabara – la cosiddetta Electric Town – è il quartiere di Tokyo famoso per i negozi in cui è possibile acquistare manga e video-games, oltre ad articoli di elettronica di vario genere. Appena siamo riemerse in superfici, dall’omonima stazione della metropolitana, il volto stilizzato di un qualche personaggio a noi sconosciuto è la prima cosa che si è palesata, enorme, stampato su un cartellone, posto lì, sulla facciata di un palazzo. E poi, addentrandoci nel quartiere, ne abbiamo incontrati tanti altri di quei volti, tra scritte in caratteri cubitali che richiamano alla memoria nomi
noti non solo a coloro che mai rinuncerebbero all’ultima consolle.

Non è tuttavia solo ad Akihabara che mi sono resa conto di quanto i manga siano diffusi ed apprezzati in città: in metropolitana quasi sempre c’era qualcuno che si dava alla lettura dei famosi fumetti, ormai disponibili anche su supporti elettronici. E lo stesso vale per i video-games: un giorno mi sono trovata accanto ad un ragazzino che con una mano giocava con il cellulare e con l’altra con una sorta di tamagotchi! Che siano, molto semplicemente, due modi per riuscire a rispettare la consuetudine di non parlare in metropolitana?
Le regole a Tokyo ci sono, come ovunque. La gente, però, mi è parsa rispettarle molto spontaneamente. Non di rado, ad esempio, mi è capitato di imbattermi in un cartello che invitava a non fumare per strada: nessun problema per i giapponesi, nessun problema per me e per mia mamma e per chi come noi le sigarette sa a mala pena che esistono. Ma per chi arriva dall’altra parte del mondo e sente forte il bisogno di nicotina e una simile consuetudine neanche immaginava potesse esistere?
E poi ci sono i maid café, quelli di Shibuya – il quartiere con l’incrocio più trafficato al mondo – ad esempio, nei quali le cameriere hanno un atteggiamento e un abbigliamento in pizzi e merletti che fa sorridere i passanti ed immagino i clienti. E i cat caffé… E i cani in passeggino… Tante valvole di sfogo?
A Yanaka, osservando quelle casette basse, di legno, con i loro giardinetti e i mille templi sopravvissuti all’avvento della modernità, come quelli del quartiere di Ueno che è lì vicino, ancora non ci eravamo rese conto fino in fondo di cosa rappresenti Tokyo… Puro contrasto? O un mix che funziona alla perfezione perché nel suo piccolo ciascuno riesce a trovare il proprio spazio?
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