Oltre Mandalay: Mingun, Sagaing, Paleik, Inwa e Amarapura – Myanmar, Diario di viaggio

monaco amarapura myanmar

Il motivo principale per cui ho deciso di atterrare a Mandalay? Certamente non era la città in sé e per sé ad attrarmi. Al di là di qualche luogo di interesse per cui alla fine – come vi ho già detto qui – sono riuscita ad apprezzarla, rimane pur sempre una città caotica, inquinata e polverosa. Pochi chilometri oltre i suoi confini si trovano però cinque luoghi che assolutamente non volevo perdermi durante il mio viaggio in Myanmar. Mi riferisco a Mingun, Sagaing, Paleik, Inwa ed Amarapura.    

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Il giorno dopo il mio arrivo, alle 8.30 del mattino, Zyn zyn, il driver contattato tramite l’hotel in cui alloggiavo, era già alla reception che mi aspettava. Considerando che indossava il tipico longyi ed un giubbotto all’apparenza abbastanza pesante, dovevo intuire che in motorino in leggings e t-shirt sarei morta di freddo. Sapevo poi, grazie alla precedente esperienza nel Sud Est Asiatico, che a volte anche a queste latitudini le temperature possono essere poco miti, ma ho pensato bene di far finta di niente e partire. Ecco, fortunatamente in un quarto d’ora siamo arrivati a destinazione!  

Giunti al molo, Zyn zyn mi ha detto che al ritorno lo avrei trovato lì, per proseguire con una breve visita di Mandalay. Quella mattina infatti l’avrei trascorsa a Mingun, al di là del fiume. Potevo farmi accompagnare in motorino, ho però preferito andare in barca e credo sia stata una buona idea: sia all’andata che al ritorno ho infatti potuto rilassarmi su una comoda sedia di bamboo, godendo al meglio del paesaggio. A dire la verità l’acqua era di un caratteristico colore marrone-rossastro, simile a quello di altri fiumi sui quali ho avuto modo di navigare in Asia; i villaggi che potevo scorgere su entrambe le sponde, con gli scorci di quotidianità che offrono, hanno dato tuttavia un senso a quella breve traversata, durata un’ora scarsa. Le palme poi davano quel tocco esotico che non guasta mai.  

Sulla barca ho incontrato Luisa, una ragazza tedesca con programmi di viaggio a lungo termine, che a casa ha un fidanzato che la aspetta. A volte, per caso, si incontrano persone con le quali si ha in comune più di quanto si posa pensare. Inutile dirvi dei nostri discorsi, inevitabilmente ricaduti su sensazioni più o meno condivise. Anche chi ama infinitamente viaggiare, spesso non capisce quanto sia difficile per me partire sola, senza Gianluca. E niente, a volte è bello confrontarsi con chi comprende!    

mingun myanmar
mingun paya myanmar

Arrivate a destinazione, ci siamo fatte largo tra bancarelle che vendono oggetti di artigianato di ogni genere. Non è stato necessario sgomitare tra gruppi di cinesi e viaggiatori provenienti da ogni dove, perché in realtà chi arrivava da fuori si poteva contare su un paio di mani. Ancora mi chiedo cosa ci facessero tutti quei – chiamiamoli così – mucca-taxi in giro, che poi a voler ben vedere non sono affatto necessari per spostarsi. In altri momenti dell’anno ci sarà più gente?

Ero lì per assaporare qualche attimo della realtà di quel villaggio, che tra l’altro conserva due bellissime pagode: la Mingun Paya, che mi ha stupita per la sua imponenza, e la Hsinbyume Paya, le cui terrazze, di un bianco quasi accecante, avrebbero potuto trattenermi per ore in un continuo girovagare.  

Una volta tornata a Mandalay, ho salutato Luisa, che quel pomeriggio avrebbe visitato la città a bordo di un moto-taxi, esattamente come me, per poi partire alla volta di Bagan, dove ci saremmo rincontrate qualche giorno più tardi.  

L’indomani, subito dopo colazione, Zyn zyn si è ripresentato e immediatamente siamo partiti alla volta di Sagaing, sempre in motorino, facendoci largo nel traffico mattutino. Arrivati su un ponte, all’improvviso ci siamo fermati: ho così potuto ammirare le colline sull’altra riva del fiume, costellate da una miriade di templi, stupa e monasteri buddisti, a quell’ora del mattino ancora tutti avvolti dalla nebbia. Uno spettacolo davvero unico quello a cui ho assistito, talmente unico che mi sarei accontentata di ciò che ho potuto scorgere in quel momento. Abbiamo invece proseguito, al di là del ponte, su per quelle colline, tra i templi, gli stupa ed i monasteri. Io sono entrata in alcuni di essi, scalza ovviamente, come loro, che mi guardavano, sorridendo, perché ero l’unica occidentale.     

sagaing myanmar

A Paleik siamo arrivati giusto in tempo per vedere il pasto ed il bagno dei serpenti che vivono nella pagoda, vicino alla statua del Buddha. Ogni giorno infatti, intorno alle undici, gli vengono offerti latte, uova e a volte anche carne di capra, poiché sono considerati sacri. Secondo alcuni potrebbero essere la reincarnazione di monaci che erano soliti frequentare la pagoda: negli anni settanta, quando sono stati trovati per la prima volta sulla statua del Buddha, li hanno allontanati; poi però sono tornati, ogni giorno, finché qualcuno non ha iniziato a prendersene cura. Ho trovato tutto questo molto affascinante, ho trovato affascinante come le persone del luogo si prendano cura dei serpenti o di ciò che rappresentano. Ed è stato bello vedere che oggi c’è ancora spazio e tempo per tutto questo.  

Siamo quindi andati ad Inwa ovvero una sorta di isola delimitata da fiumiciattoli e canali che per oltre quattro secoli è stata capitale dei birmani. Zyn zyn mi ha accompagnata ad una sorta di molo, dove mi avrebbe nuovamente aspettata per qualche ora. A bordo di una barca ho quindi raggiunto l’altra riva, per poi proseguire a bordo di quello che era a tutti gli effetti un calesse. Mi sono imbattuta in edifici bellissimi, alcuni completamente in legno, finemente intagliati. Ho visto le case, tutte in bamboo, della gente del posto. Ho colto qualche secondo della vita che lì si svolge, la vita di chi vende souvenir e di chi lavora nei campi, sotto il sole, con le gambe immerse nelle risaie e ti saluta quando passi.  

Sono tornata da Zyn zyn poco prima del tramonto. Mancava infatti ancora Amarapura, che dovevamo raggiungere proprio mentre il sole stava per calare. Lì infatti c’era il più lungo ponte in legno di teak esistente al mondo. Avevo grandi aspettative, che non sono state deluse, perché il ponte rappresenta qualcosa di straordinario. La calca che si è venuta a creare ad una certa ora ha tolto però a quel momento tutta la poesia che poteva avere se le rive del fiume non fossero state completamente occupate da cavalletti e macchine fotografiche.    

paleik myanmar

Sono tornata in hotel, infreddolita dalla notte che stava per sopraggiungere ed ho sperato, ho sperato davvero, che il Myanmar che avrei scoperto nei giorni successivi non fosse quello che avevo appena visto, quello invaso da viaggiatori-fotografi che a certi luoghi finiranno per sottrarre anche gli ultimi granelli di genuinità…    

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