Una settimana sul Lago di Atitlan: qualche stralcio del mio diario di viaggio

donne in guatemala

”Stavo iniziando a chiedermi se il Lago di Atitlán fosse davvero solo un’accozzaglia di bar, ristoranti, agenzie di viaggio quando ho sentito: <<Pan de banana? Pan de chocolate?>>. Era la voce di una signora, seduta per terra, intenta a vendere dolcetti fatti in casa.

Vedendola, ho capito che c’era un’altra San Pedro. La San Pedro dove vive la gente del posto, non quella dove bazzicano unicamente viaggiatori provenienti da tutto il mondo e dove anche io avevo scelto di alloggiare. Ecco, volevo andare proprio lì, per cogliere finalmente qualcosa della realtà vissuta da chi è nato sulle sponde dello specchio d’acqua più grande del Guatemala.

E’ per questa ragione che alle domande di quella signora ho risposto con un’altra domanda, dopo aver acquistato quella che sarebbe stata la mia colazione: <<El mercado?>>. Con un solo gesto mi ha fatto intendere che dovevo salire sul versante del vulcano che incombe sul villaggio.

E così, perdendomi tra stradine e viuzze, finalmente, mi sono trovata nel pueblo. Seguendo le persone che andavano tutte in una direzione, sono arrivata proprio al mercato. Un gran via vai. Tante bancarelle, alcune ricche di frutta e verdura di ogni genere, altre poverissime. C’era infatti anche chi ogni mattina si presenta lì semplicemente con ciò che ha – una cesta di arance, un sacco di patate o una decina di avocado – per guadagnare almeno qualche quetzal.

Mi ha davvero sorpresa la reciproca solidarietà della gente: quel giorno, ad esempio, mi è capitato di chiedere ad una signora se avesse un ananas e, poiché lei non ce l’aveva, ha chiamato una vicina che invece ne aveva un’infinità. Mi ha colpita anche l’onestà di quella gente, che non ha cercato di alzare i prezzi solo perché arrivavo da chissà dove.”

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”Arrivata a Santiago, speravo di riuscire a capire qualcosa in più riguardo alla guerra civile che ha devastato il Guatemala per trentasei anni, dal 1960 al 1996. Conoscevo sommariamente i fatti più rilevanti della storia recente del Paese, ma non mi bastava, forse perché sapevo che il villaggio ha avuto un ruolo fondamentale nel processo di pacificazione.

Nel 1960 un gruppo di guatemaltechi – sostenuti dagli Stati Uniti – ha rovesciato il governo presieduto da Jacobo Arbenz, eletto democraticamente sei anni prima e che stava espropriando e redistribuendo terre incolte, allora nelle mani di grandi possidenti e società multinazionali. La conseguenza fu l’istituzione di un regime militare, presidiato da Carlos Castillo Armas, responsabile di un vero è proprio massacro. Dopo l’uccisione di tredici abitanti del villaggio, nel dicembre 1990, la gente di Santiago è stata la prima a deporre le armi, considerando l’intero Stato.

Anche se in paese la vita va avanti, probabilmente più serena di una volta, ho avuto la sensazione che il passato non sia stato dimenticato, come è giusto che sia. Rimane nei ricordi della gente e riemerge nel Parque de Paz, che accoglie i corpi degli uomini che hanno perso la vita per mano dell’esercito ed è dunque un vero e proprio luogo della memoria.

Sapevo di non avere grandi chance di riuscire a parlare con qualcuno di quei terribili anni: innanzitutto perché non padroneggiavo lo spagnolo e tanto meno la lingua locale; poi, perché si trattava di un argomento delicato, che generalmente le persone fanno fatica ad affrontare, soprattutto se certe circostanze le hanno vissute in prima persona.

Il conducente del moto-taxi che mi ha accompagnata al Parque da Paz inaspettatamente ha però iniziato a spiegarmi quanto era accaduto lì nei primi anni novanta. Ho pensato dunque che quella fosse l’occasione giusta per porre qualche domanda. Tuttavia, chiedendogli cosa – secondo lui – ci fosse dietro quella guerra e quali fossero le motivazioni che spinsero molti uomini maya a costituire una guerriglia per combattere l’esercito, è stato reticente.

Sono certa che quel ragazzo non ignorasse la questione, poiché aveva iniziato lui a parlarmene. Alla base della sua chiusura secondo me c’era semplicemente paura di esprimere la propria opinione e forse un certo coinvolgimento.”

mercato guatemala

”<<Il capitano è malato, oggi non ci sono barche in partenza…>>, mi ha detto una signora che stava uscendo di casa, nei pressi del molo. <<Come? Non ci sono barche per San Marcos?>>, ho chiesto a conferma di ciò che mi era appena stato detto.

La circostanza mi è subito sembrata al quanto improbabile: non era possibile che il servizio fosse stato sospeso per un intera giornata, non potevo essere bloccata lì, come non potevano esserlo gli abitanti di San Pedro.

Tornando indietro ho visto però che c’era un certo fermento e sulla riva, ormeggiate, un paio di barche. Erano dirette proprio a San Marcos, da dove sarebbero tornate indietro qualche ora più tardi. Verificato che ci fosse ancora un posto libero per me, sono salita.

La traversata è stata breve, fortunatamente: il panorama dal centro del lago si è rivelato magnifico, ma era presto e faceva freddo; il vento, poi, era talmente tagliente da togliermi il respiro, insinuandosi oltre la sciarpa che copriva le mie narici.

Giunta a destinazione, mi sono seduta sul molo, apprezzando per un po’ il tepore del sole mattutino e la quiete di quel momento. Solo un’oretta più tardi mi sono incamminata sul breve sentiero che si snoda lungo le sponde del lago. C’erano pochissime persone: c’era chi leggeva un libro, chi prendeva il sole godendosi il panorama e chi – coraggioso!!! – si tuffava da un’altezza di cinque metri nelle gelide acque dell’Atitlan.

Anche quel giorno ho raggiunto il pueblo ovvero la parte del villaggio abitata dalle gente del luogo. Un vicolo  mi ha condotta nei pressi della scuola, proprio al momento dell’intervallo; i bambini stavano facendo merenda, con ghiaccioli, frutta e qualcosa di simile a dei tacos. Alcuni giocavano, chi a calcio, chi a basket; altri se ne stavano semplicemente seduti su un muretto. Mi sono quindi spinta fino alla chiesa, poco più avanti, per poi tornare indietro.”

vulcani lago atitlan

”La prima cosa che ho notato, arrivata a San Juan, sono state le bancarelle che si susseguono una dopo l’altra sulla via principale. Solo in un secondo momento ho visto gli artigiani al lavoro, che con le loro mani, stavano realizzando pezzi unici, simili ma non uguali a quelli esposti.

Mi sono avvicinata ad una signora che stava tessendo. Mi ha chiesto come mi chiamassi e poi mi ha spiegato che lì sono organizzati in cooperative, grazie alle quali i costi e i ricavi realizzati dai singoli vengono divisi tra tutti i membri; mi ha anche detto che è solo merito di questo tipo di organizzazione che attività tradizionali vengono condotte ancora come una volta.

Sono quindi entrata in una delle numerose gallerie d’arte del paese, dove i pittori hanno posato il pennello per mostrarmi le loro opere. Ognuno, chiaramente, ha un proprio stile, ma le tematiche ricorrono: il mondo maya e la sua simbologia sono onnipresenti, come nei murales sulle pareti degli edifici di San Juan.

Mi sono ritrovata anche in una bottega dove è possibile acquistare prodotti biologici, a base di erbe medicinali, come tè, tisane, creme, shampoo. Mi ha accolto una ragazza che, dopo avermi illustrato le proprietà dei singoli preparati, mi ha condotta attraverso l’orto.

Sono dell’idea che la gente di San Juan abbia davvero compreso cosa significhi aprirsi al turismo. E’ infatti riuscita a valorizzare ciò che ha, ovvero un patrimonio immateriale fatto di saperi, parte di un’identità divenuta risorsa.

Inoltre, a differenza di quanto è accaduto a San Pedro, mi è parso che la gente di San Juan sia riuscita a mantenere anche i propri spazi, che non sono un mondo a parte rispetto a ciò che vive chi è in viaggio. Non voglio togliere nulla a San Pedro, ma forse non è una località che si distingue per quel turismo che oggi definiamo responsabile, pensando alla tutela di aspetti culturali che rischiano di andare perduti.

Prima di andare via ho comprato quattro tortillas da due donne di San Juan. Sono stata felice di sentire che si esprimessero nella loro lingua, anche se non comprendevo neanche una parola di ciò che dicevano. A volte però, e così è stato in quella circostanza, ci si intende comunque: basta un sorriso, basta qualche gesto.”

villaggio lago atitlan guatemala

Santa Cruz non è come gli altri villaggi. Forse, è per questo che mi ha colpita, nel profondo. Quella mattina il lago, le montagne circostanti e i vulcani, avevano un aspetto quasi surreale: una leggera nebbiolina si era infatti posata sull’acqua così come sulle alture, ma con la trasparenza di un velo.

Il villaggio da lontano mi è parso davvero pittoresco, arroccato com’è, molto più in alto rispetto al molo dove sono approdata. Una volta in cima, tuttavia, mi sono resa conto che avevo visto male: ricordo ancora gli <<Hola>> ed i <<Buenos dias>> di chi vedendomi sorrideva, magari chiedendosi cosa ci facessi lì, dove la vita scorre difficile e modesta.”

Vi lascio anche questo link: Il Lago di Atitlan: piccola guida.

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