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Ero appena arrivata a Phnom Penh quando, passeggiando lungo il Mekong, ho notato delle bancarelle. Lì gli ambulanti vendevano libri e molti di quei libri parlavano della storia più recente della Cambogia, quella scritta dagli Khmer Rouge e da Pol Pot tra il 1975 ed il 1979. Il mio viaggio in quegli anni bui è iniziato con una lettura, perché lì, di fronte a tutti quei titoli, il confronto con fatti e vicende terribili che hanno portato alla morte due milioni di cambogiani, ovvero un quarto della popolazione di allora, era divenuto irrimandabile.  

Scegliere un libro piuttosto che un altro significava però scegliere di conoscere una determinata storia, la storia di uno dei sopravvissuti e la sua esperienza. E significava implicitamente anche scegliere di conoscere un dolore, una sofferenza, piuttosto che un’altra o meglio tante altre. Alla fine ho deciso di leggere They first killed my father di  Loung Ung, che mi ha accompagnata praticamente per l’intero mese che ho trascorso nel Paese.

Quando gli Khmer Rouge hanno preso il potere, l’autrice era solo una bambina di cinque anni, che viveva in un bel appartamento di Phnom Penh, che amava trascorrere le serate sul balcone in compagnia del papà, andare al mercato con la mamma e condividere le sue giornate con i suoi tre fratelli e le sue tre sorelle. Era una bambina come tante altre, che da un giorno all’altro ha visto la propria vita stravolta da quel regime che voleva trasformare la Cambogia in uno stato di stampo comunista autosufficiente, la cui economia doveva fondarsi esclusivamente sull’agricoltura: è così che si è trovata a vivere nelle campagne, ai lavori forzati, a patire la fame e a vedere i membri della sua famiglia morire uno dopo l’altro.

Nella Cambogia di quei tempi, effettivamente, la gente moriva per le condizioni in cui era costretta a vivere, moriva di fame, moriva di malattia. E moriva uccisa dagli Khmer Rouge: non lavorare abbastanza, cercare del cibo, indossare gioielli, pregare – giusto per fare qualche esempio – erano infatti tutte azioni punibili, con la morte.

Due giorni dopo aver comprato il libro sono andata a Choeung Ek, uno dei trenta campi della morte istituiti in quella che fu chiamata Kampuchea, un campo della morte che ha fatto 20.000 vittime in quattro anni. Il mio viaggio negli anni più bui della Cambogia doveva proseguire proprio con quella tappa, che sentivo di non poter mancare.

Lo stupa commemorativo, nel quale sono stati riposti più di 8000 crani, è ciò che di più forte mi porto dietro da quel luogo e dalla Cambogia in generale, forse perché di un’eloquenza unica, che non può cessare di fare eco. Ci sono però anche le ossa, nelle teche, per terra, nella terra, così come i vestiti, ormai a brandelli, di chi ha trovato la morte proprio lì. E ci sono decine e decine di fosse comuni, nella più grande delle quali sono stati trovati 450 corpi. 

Le morti a Choeung Ek sono state per lo più morti lente: per uccidere infatti, non un colpo di fucile, ma un colpo di martello sul cranio, perché i proiettili dovevano essere risparmiati. Ed è per questa ragione che molti dei crani riposti nello stupa hanno una frattura, una sorta di crepa. Per finire le loro vittime, oltre che per nascondere l’odore dei corpi che si sarebbero poi decomposti, gli Khmer Rouge hanno anche fatto uso di agenti chimici, dei quali oggi sembra ci sia ancora traccia.  

Ricordo che quando ho lasciato Choeung Ek non riuscivo a proferire parola e così anche le due ragazze che erano con me; di cose da dire ne avrei avute tantissime, ma tutto ciò che mi veniva in mente mi sembrava banale dopo ciò che avevamo visto. Ecco, credo che prendere coscienza di tanta brutalità crei un senso di impotenza che non può che ammutolire.  

E quel viaggio negli anni più bui della Cambogia non era ancora terminato. Quello stesso giorno sono infatti andata anche a Tuol Sleng, che un tempo era una scuola e poi nel 1975 è divenuto il più grande centro di detenzione e tortura del Paese. Oggi è stato trasformato in un museo che testimonia i crimi commessi dagli Khmer Rouge e che commemora tutte le persone (più di 100 al giorno!) che vi hanno perso la vita.

Non riesco a descrivere la sensazione che ho provato camminando tra le celle, guardando i volti di coloro che sono stati rinchiusi lì, guardando quelle foto scattate dai carnefici, tutto sommato neanche tanto tempo fa. Ancora quel senso di impotenza provato al mattino. E anche tanta rabbia.  

Mi trovavo a Kampot, una cittadina sulla costa della Cambogia, quando un giorno, mentre ero in un bar si è fermato un uomo, mutilato, che chiedeva l’elemosina. Avevo tra le mani They first killed my father e stavo leggendo dei fatti accaduti nella seconda metà degli anni settanta, ma davanti a me avevo la prova che quel capitolo della storia cambogiana non si era ancora chiuso del tutto. Quell’uomo doveva infatti aver trovato sulla sua strada una mina, di quelle volute da Pol Pot, che continuano ad esplodere ancora oggi.

Come potevo non riflettere su quello che sono stati quei quattro/cinque anni per i cambogiani e soprattutto come potevo non riflettere sulle conseguenze che hanno sull’oggi, su una popolazione che ha perso un’intera generazione? Volete sapere quando si è concluso il mio viaggio negli anni più bui della storia del Paese? Quando ho lasciato la Cambogia, per tornare a Bangkok!

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”In un’epoca in cui viaggiare è prerogativa di molti, credo che sia ancora possibile percorrere vie sconosciute, rendendole solo nostre: sono convinta infatti che oggi le grandi esplorazioni debbano essere anche e soprattutto interiori.”